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2 ott 2009

alcuni detti del profeta sulle donne...

Il Profeta Muhammad ha detto:

“L’uomo è pastore sulla gente della propria casa e la donna è pastore della casa del marito e dei suoi figli; ognuno di voi è pastore e ad ognuno di voi sarà chiesto del suo gregge”.

La donna ha l’importantissimo ruolo di “pastore della casa”, un ruolo insostituibile.
Le donne musulmane inviarono una delega presso il Profeta ed essa disse:

“O Inviato di Allah (pace e benedizione su di te), noi donne siamo escluse dal jihad per la causa di Allah e dalla possibilità di acquisirne il grande merito e questo non è giusto!”.


L’Inviato di Allah si congratulò per l’intelligenza della domanda e rispose:

“Torna pure dalle tue compagne e dì loro che se una donna custodisce una casa e la famiglia mentre il marito partecipa al jihad, avrà diritto allo stesso premio che egli si sarà meritato”.


Le donne possono non andare a pregare in moschea il venerdì, non hanno gli stessi obblighi dell’uomo.



Alla faccia di chi dice che sono gli uomini ad essere privilegiati!

28 lug 2009

I meriti del digiuno di Sha'ban

 

Sha`ban è uno dei mesi più meritori per il quale troviamo particolari istruzioni nella Sunnah del Profeta Muhammad (s.A.a.s.). E’ riportato in un hadith autentico che il Profeta Muhammad (s.A.a.s.) usava digiunare la maggior parte del mese di Sha`ban. Questi digiuni sono sunnat nafl e ben meritano la nostra attenzione. Sha`ban è il mese che precede il mese di Ramadan.
Il Profeta (s.A.a.s.) ha detto che: “Rajab è il mese di Allah, Sha`ban è il mio mese è Ramadan è il mese della comunità.
Anas, uno dei compagni del Profeta (s.A.a.s.), ha riportato che al Profeta Muhammad (s.A.a.s.) venne chiesto: “Quale digiuno è più meritevole dopo il digiuno di Ramadan?” Egli rispose: “Il digiuno di Sha`ban in onore del digiuno di Ramadan.”
Il compagno Usama ibn Zaid , riporta che egli chiese al Profeta Muhammad (s.A.a.s.): “Messaggero di Allah, io ti ho visto digiunare nel mese di Sha`ban così frequentemente come non ti ho mai visto digiunare in nessun altro mese.” Il Profeta Muhammad (s.A.a.s.), rispose: “Sha`ban è il mese tra Rajab e Ramadan che è trascurato da molte persone. E’ il mese nel quale si tiene il computo delle azioni degli esseri umani prima che queste vengano presentate al Signore dei mondi, quindi, io spero che le mie azioni siano presentate in un momento nel quale sono in digiuno.”
Ummul Mu’mineen `Aishah (r.a.), disse, “Il Profeta Muhammad (s.A.a.s.), era solito digiunare tutto il mese di Sha`ban. Gli dissi: ‘Messaggero di Allah, è Sha`ban il tuo mese preferito per digiunare?’ Egli disse: ‘In questo mese Allah scrive la lista delle persone che moriranno quest’anno. Perciò, desidero che la mia morte arrivi in un momento in cui sto digiunando.’”
In un’altra tradizione lei disse: “Il Profeta Muhammad (s.A.a.s.) a volte digiunava tanto che arrivammo a pensare che non avrebbe smesso di digiunare e qualche volta interrompeva il digiuno fino a che arrivammo a pensare che non avrebbe più digiunato. Io non ho mai visto il Messaggero di Allah (s.A.a.s.) digiunare per un mese intero, escluso il mese di Ramadan e non lo mai visto digiunare così frequentemente in un mese come in quello di Sha`ban.”
In un altro hadith Ummul Mu’mineen `Aishah riporta: “Non ho mai visto il messaggero di Allah (s.A.a.s.) digiunare in un mese così intensamente come invece faceva nel mese di Sha`ban. Egli digiunava quasi tutto il mese lasciando solo pochi giorni, ossia, digiunava quasi tutto il mese.”
Ummul-Mu’mineen Umm Salamah (r), dice: “Non ho mai visto il Messaggero di Allah (s.A.a.s.) digiunare per due mesi interettomante se non nei mesi di Sha`ban and Ramadan.”
Questi esposizioni ci dicono che digiunare nel mese di Sha`ban, sebbene non obbligatorio, è così meritevole che il Profeta Muhammad (s.A.a.s.) non mancava mai di digiunare.

tratto da

Traduzione di Khairiyya Ballabio

22 giu 2009

La vera felicità e la pace interiore

 

Si possono trovare la vera felicità e la pace sottomettendosi ai comandi del Creatore e Sostenitore di questo mondo. Dio disse nel Corano:

In verità, i cuori si rasserenano al ricordo di Dio. (Corano, 13:28)

D'altra parte, chi non segue il Corano avrà una vita di avversità in questo mondo. Dio disse:

Chi si sottrae al mio monito, 1 avrà davvero vita miserabile e sarà resuscitato cieco nel giorno della Resurrezione. (Corano, 20:124)

Questo può spiegare perchè alcune persone commettono il suicidio quando sono in buone condizioni economiche. Ad esempio, Cat Stevens (ora Yusuf Islam), ex cantante di un gruppo pop famoso che guadagnava più di $150.000 a serata. Dopo la conversione all'Islam, egli trovò la felicità e la pace, che non aveva trovato nelle cose materiali.2

Successivo: La remissione di tutti i peccati precedenti

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Note:

(1) cioè non crede nel Corano nè agisce ai suoi ordini. Indietro dalla nota (1)

(2) L'indirizzo attuale di Cat Stevens (Yusuf Islam), in caso di domande sulla sua conversione, è: 2 Digswell Street, London N7 8JX, Gran Bretagna. Indietro dalla nota (2)  

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15 giu 2009

la preghiera...

“La Preghiera è il pilastro della religione” ha detto Muhammad (s). Il Corano ne parla più di cento volte e la nomina con termini diversi: Salàt (l’inclinarsi), Du’à’ (appello, preghiera), Dhikr (ricordo), Tasbìh (glorificazione), Inàbat (inchinarsi), ecc.

Nella sua preoccupazione di creare un’immagine del Regno di Dio sulla terra, l’Islam ha prescritto per ogni giorno cinque preghiere in comune: bisogna pregare quando ci si alza, e bisogna levarsi presto, all’inizio e verso la fine del pomeriggio, al tramonto e alla sera, prima di coricarsi. Tutto ciò esige che si tralasci per qualche minuto, per ciascuna preghiera, ogni preoccupazione mondana, allo scopo di rendere testimonianza di sottomissione e di gratitudine al nostro Creatore. Quest’obbligo comprende tutti gli adulti, uomini e donne.

La preghiera dell’inizio del pomeriggio si trasforma, ogni venerdì, in una cerimonia settimanale più solenne ed importante, dove l’Imàm del luogo pronuncia anche un’omelia prima della cerimonia stessa. L’Islam ha istituito due feste annuali: una alla fine del mese di digiuno e l’altra durante il Pellegrinaggio alla Mecca. Ognuno di queste due feste si celebra con un rito speciale che si aggiunge alle pratiche quotidiane. Ci si riunisce, al mattino, per la preghiera collettiva, dopo diché l’Imàm pronuncia un sermone. Un’altra preghiera di obbligo ristretto è celebrata per un defunto, prima della sua sepoltura.
Parlando dei “segreti della preghiera” il grande mistico Waliullàh Dihlàwì si esprime così: “Sappi che l’uomo è, a volte, elevato come un lampo, prossimo alla santità (Presenza divina), ed è assiso con il più grande attaccamento possibile sulla soglia di Dio, da cui scendono sull’uomo delle trasfigurazioni divine che dominano la sua anima: vede e sente delle cose che la lingua umana è incapace di descrivere. Una volta cessato questo fulgido stato, l’uomo ritorna alla sua condizione precedente ed è tormentato dalla perdita di questo stato. Cerca di ritrovare ciò che gli è sfuggito, ponendosi in questo mondo nella condizione più simile al riassorbimento nella conoscenza di Dio. È la condizione del rispetto, della devozione e della conversazione pressoché diretta con Dio, condizione a cui si accompagnano gesti e parole appropriati.

La preghiera consiste essenzialmente di tre elementi: primo il sentimento di umiltà alla Presenza maestosa di Dio, poi il riconoscimento di questa superiorità divina e della nullità umana con parole convenienti, ed infine, l’atteggiamento non solo del corpo, ma di tutto l’essere del necessario rispetto.

Per rendere omaggio a qualcuno ci si alza e ci si volge verso l’oggetto del proprio rispetto e della propria invocazione. Più rispettoso ancora l’uomo s’inchina e abbassa la testa – che rappresenta in modo eminente l’io e la coscienza – fino a toccare il suolo davanti all’oggetto del rispetto. Poiché l’Uomo non raggiunge l’apogeo del suo sviluppo spirituale che gradualmente, è evidente che una tale ascesa debba attraversare tre tappe; una preghiera completa comporterà le tre posizioni quali il restare in piedi, l’inchinarsi e il posare la fronte al suolo alla Presenza di Dio, tutto ciò per preparare l’animo nell’attesa di cogliere la sublimità divina e la nullità dell’essere umano davanti a Dio” (Hujjatu’Llàh al-bàligha, t. I – “Segreti della preghiera”).

In un passaggio il Corano dice anche: “Non hai visto che è davanti a Dio che si prosternano tutti coloro che sono nei cieli e tutti quelli che sono sulla terra, e il sole, la luna, le stelle, le montagne, gli alberi, gli animali, e un gran numero di uomini?” (Cor., XXII, 18).

Il rito della preghiera islamica riunisce le forme di preghiera di tutte le creature: Il sole, la luna, le stelle ripetono il loro gesto di levarsi e di declinare come rak’at doporak’al di una preghiera; le montagne restano in piedi e simboleggiano il qiyàm, la posizione ch apre la preghiera musulmana; gli animali restano sempre inclinati, simbolo della seconda posizione, il rukù’; si sa che gli alberi traggono il loro nutrimento dalle radici: sono perpetuamente in stato in stato di prosternazione, che è la terza posizione della preghiera musulmana, sajda.

Il Corano afferma: “I sette cieli e la terra e ciò che vi si trova contano la purezza di Dio! E non c’è cosa veruna che non ne canti la purezza lodandolo, ma voi non comprendete il loro canto di lode” (Cor., XVII, 44). Ed il Corano affermo inoltre che una delle principali funzioni dell’acqua è la purificazione necessaria alla preghiera: “Dal cielo Egli fa scendere dell’acqua su di voi per purificarci” (Cor., VIII, 11).
Si sa che le cinque preghiere quotidiane sono state prescritte ai Musulmani al momento dell’ascensione celeste del Profeta (s) (miràj); Muhammad (s) ha dichiarato inoltre che la preghiera del credente costituisce la sua “ascensione”, poiché si trova in tal modo elevato alla Presenza di Dio e ciò non è senza ragione: guardiamo infatti quanto compie un Musulmano durante il rito. Prima di tutto rimane in piedi, alza le mani e proclama: “Dio è il più grande!” l’uomo rinuncia così a tutto ciò che è altro da Dio e si sottomette alla Volontà del suo solo Signore. Dopo aver rivolto le lodi alla Gloria del Signore, si sente così umile davanti alla Maestà divina che s’inchina e abbassa la testa in segno di rispetto, proclamando: “Gloria al mio Signore, l’Immenso”. Poi si alza e ringrazia Dio per averlo guidato; quindi riflettendo è attonito davanti alla Grandezza divina al punto che si sente obbligato a prosternarsi e a postare la testa al suolo in tutta umiltà affermando: “Gloria al mio Signore, l’Altissimo”. Ripete questi gesti per divenire degno di essere condotto dal mondo di quaggiù verso la sfera celeste, verso la Presenza di Dio. Saluta Dio e riceve la risposta al sua saluto. In effetti si serve per questo scambio di saluti delle stesse formule che il Profeta (s) impiegò nel suo Mi’ràj: “I Saluti spettano a Dio, come anche le cose pure, buone e le preghiere”. “La Pace sia su di te o Profeta, e la Misericordia di Dio e le Sue Benedizioni”. “La Pace sia su noi e sui retti servitori di Dio”.

Senza simboli materiali, il credente fa, per così dire, la sua ascesa verso Dio, il Dio trascendente, viaggio spirituale che alcuni designano con il termine “comunione”.

Tale è l’aspetto spirituale del rito. La sua utilità è molteplice, anche dal punto di vista pratico e sociale: riunisce cinque volte al giorno gli abitanti di un quartiere, offre la possibilità di pausa delle occupazioni individuali e riunisce i più grandi personaggi come i più umili, in perfetta uguaglianza. Si incontrano così non solo gli altri membri della comunità, ma anche i funzioni, responsabili locali. Ci si riunisce direttamente, senza formalità né impedimenti. La preghiera islamica ha un aspetto sociale molto strutturato, concepito in modo tale che i credenti sentano attorno ad essi il regno di Dio.

All’appello del muezzin tutti accorrono al luogo della comune riunione, si dispongono in ranghi dietro il celebrante, fanno gesti e movimenti in comune con gli altri in perfetta uniformità e coordinazione. Inoltre i fedeli di ogni parte del mondo si volgono tutti, nelle loro preghiere, verso un sol punto centrale: la Ka’bah, la Casa di Dio alla Mecca. Ciò rammenta l’unità della comunità mondiale, senza distinzione di classe, razza e nazione.

Il miglior modo di pregare e il più formale è il rito in comune, ma in caso di impossibilità o di difficoltà, ogni uomo o donna, prega da solo. In ogni caso, le cinque preghiere della giarnata costituiscono un dovere minimo poiché si tratta di dedicare circa mezz’ora, nel corso delle ventiquattro ore, non a se stessi, ma alla Dignità divina, anche se il credente dovrebbe pensare a Dio in ogni momento, nella buona come nella cattiva sorte, quando lavora, quando sta per addormentarsi, quando si occupa di altre attività. Il Corano afferma su questo punto: “Gli uomini dotati di intelligenza, che, in piedi, seduti, sdraiati, si ricordano e meditano sulla creazione dei cieli e della terra dicono: ‘Signore Tu non hai creato tutto ciò invano’” (Cor., III, 190-91).

Dio ha assoggettato l’universo a profitto dell’uomo, ma questo godimento dove essere accompagnato dalla riconoscenza e dall’obbedienza e non dalla ribellione contro Dio, né dall’ingiustizia verso altri esseri e creature.

Ricordiamo che, al momento stesso in cui il rito fu istituito per il bene spirituale del credente, fu rivelato un versetto del Corano: “Dio non obbliga nessuno se non in base alle proprie capacità” (Cor., II, 286). Sono l’intenzione e la volontà che contano agli occhi di Dio e non certo la quantità o la modalità esteriore che l’accompagnano. Se un uomo probo ritiene onestamente che non può compiere le preghiere cinque volte al giorno che le faccia in quattro, in tre, in due, possibilità e le circostanze. Essenziale è non dimenticare il dovere spirituale in mezzo alle preoccupazioni materiali e mondane. Tali riduzioni sono autorizzate in momenti anomali, per esempio quando uno è sofferente o malato o, in certi casi, come quelli che leggiamo nei racconti sulla pratica dello stesso Profeta (s). Infatti, durante la battaglia del Fossato (khandaq), si arrivò a celebrare la preghiera del mezzogiorno, del pomeriggio e del tramonto e della sera tutte in una volta, durante la tarda notte poiché il nemico non aveva concesso tregua un solo momento durante tutto il giorno. Significa che si celebrarono in due volte i cinque momenti di preghiera: all’alba e a tarda notte. In un altro racconto riportato da al-Bukhàrì e da Muslim leggiamo questa affermazione di Ibn ‘Abbàs: “Il Messaggero di Dio celebrò i riti del mezzogiorno e del pomeriggio (zohr e ‘asr) insieme, ugualmente quelle del tramonto e della sera (maghrib e ‘ishà’) senza tema di nemici o per ragioni di viaggio e il narratore aggiunge: voleva che non vi fossero difficoltà per la sua gente”. Questo racconto parla dunque di tre momenti rituali al giorno. Evidentemente, tutto dipende dalla coscienza del credente, che è responsabile personalmente davanti a Dio, che è Giusto nel conto e a Cui non si può nascondere nulla.

Le donne sono dispensate dal rito della preghiera durante i giorni di indisposizione mensile e per certo periodo dopo il parto.

tratto da:

http://www.huda.it

25 feb 2009

integrazione vuol dire assmilazione?

esselamu aleykum a tutti, sorelle e fratelli, in questo periodo che per me è super attivo, gli impegni per via del miolibro sono tantissimi Alamdullillah, mi sento spesso dire che i mussulmani devono integrarsi, comportarsi come ci si comporta in Italia perchè si vive qua e quindi bisogna adattarsi alle leggi e alle regole e mettiamoci pure anche le tradizioni religiose...
Ora detto questo che forse tempo fa anche avevo già accennato alla cosa, mi sono posta la domanda:"COSA SI INTENDE PER INTEGRAZIONE?"
Beh cari miei sapete purtroppo qual'è la risposta? Facendo una piccola indagine per un giornale bosniaco, ho scoperto (devo dire che però già lo sapevo e ne avevo le conferme, anche se facevo finta che non fosse così ), ho scoperto che per molta gente l' integrazione e riferita in particolare ai musulmani, viene intesa la maggior parte delle volte per ASSIMILAZIONE! Osceno a parere mio è dire poco, perchè ci sono delle persone, e mio malgrado musulmane, che fanno vedere che per essere accettati in questo Paese, cioè l' Italia, bisogna a tutti i costi comportarsi come loro e quindi ecco il "piccolo decalogo del musulmano secondo l' integrazione" o meglio l' assimilazione:

1. predicare bene e razzolare male ( gli italiani in questo sono molto bravi) cioè a casa essere islamici al 100%, ma appena esci ed incontri le altre persone cominci a comportarti peggio di loro bevedno alcolici, mangiando Haram, e pur di mantenere le amicizie fare tutto e per tutto quello che fanno loro

2. Se pur di ottenere un lavoro ti devi togliere il velo si fa tranquillamente senza problemi anzi così le altre colleghe ti considerano di più quindi non serve diventare matte per dimostrare chesai lavorare basta togliere il velo e magicamente diventi la più brava lavoratrice del mondo!

3.Senza dubbio se i tuoi figli frequentano la scuola a maggioranza cattolica allora anche tu devi per forza festeggiare il Natale e fare i regali a tutti e raccontare ai tuoi figli la favoletta di Babbo Natale che però sea casa non hai il camino da dove cavolo arriva Babbo Natale e poi se il fuoco del camino è pure acceso che fine fa Babbo Natale?

4. Non importa se nel tuo cuore tu sei islamico e sai che così facendo non ti comporti come Allah swt vorrebbe, tanto i tuoi nuovi amici ti insegneranno anche a non avere i sensi di colpa perchè ti comporti così e ti isegneranno anche che nella vita bisogna essere incoerenti perchè così arrivi molto lontano.

5. E per finire in bellezza ti insegneranno pure ad essere ignorante così tutto quello che tu sai sull' Islam e sulla tua religione loro ti diranno che lo devi adattare ai tempi moderni e non serve sapere tante cose basta solo integrarsi al pari di loro e quindi comportarsi come loro ed il Corano e gli insegnamenti di Alla swt li puoi mettere nel cassetto

6. Se dentro di te si risvegliano i sentimenti islamici che fino a quel momento hai dimenticato per essere loro amico, e quindi quando vedi tua figlia che si mette la minigonna, che fuma, che beve, e che vuole fare la modella o la velina, e inte si risvegliano questi sentimenti islamici profndi e quindi picchi tua figlia perchè si comporta così ( notare che se tu prima ti sei comportato così e hai lasciato ed insegnato ai tuoi figli lo stesso, e tu per questo una mattina tisvegli e la uccidi ( vedi la povera Hina) allora tu non sei più integrato come lo eri il giorno prima ma sei un integralista e fondamentalista.

Quindi morale della favola cari fratelli e sorelle musulmani, se volete integrarvi dovete assimilarvi, ed imparare l' incoerenza che vi porterà lontano....

Poveri i nostri figli, in Italia dove la Ummah non è per ninete unita e nessuno fa nulla, e se c'è qualcuno che vuole fare qualcosa viene bloccato dagli stessi musulmani, c' è solo da vergognarsi, purtroppo per noi perchè alla fine come dice un hadits del nostro Profeta swt :

" Io non ho paura che voi commetterete Sirk(associare a Dio il compagno) dopo la mia morte, ma ho paura dei fedeli musulmani che praticano e pensano solo a riempirsi la pancia"

Con questo voglio dire che ahimè ci sono purtroppo musulmani che guardano solo il proprio interesse e non il bene della Comunità Islamica Italiana.

14 feb 2009

per le spose....

Giunto, attraverso un viaggio meraviglioso, al jannat an-naim (Giardino della bellezza e Felicità), il profeta Muhammad domandò a Gabriele quale fosse il segreto di tale paradiso. Ed egli rispose:

"Dio creò questo paradiso per riflettere la bellezza e la perfezione delle donne. La luce di questo paradiso è la sorgente delle luci angeliche di tutte le donne sulla terra. Le donne sono state create per portare il segreto della creazione in loro stesse. Dio le ha onorate enormemente facendo dei loro ventri, ricettacoli della Sua parola che rappresenta lo spirito.”
[…]
"Dio ha dato alle donne cinque qualità angeliche che gli uomini possiedono raramente. Sono la sorgente della pace, come Dio dice di averle create ' Affinchè tu possa trovare riposo in loro' (30:21). Questo è l'attributo del primo paradiso che è chiamatao 'la Dimora della Pace'. Sono oasi di costanza in mezzo al caos e al cambiamento. Questo è il motivo per cui esse danno la vita. La madre alleva e protegge il bambino in modo più affidabile del padre. Questo è l'attributo del secondo paradiso che viene chiamato 'la Dimora della Costanza'. Perpetuano le generazioni. Attraverso la loro progenie Dio crea i profeti angelici e i santi che stabiliscono il Suo ricordo perpetuo sulla terra, così come gli angeli fanno in cielo. Questo è l'attributo del terzo paradiso che viene chiamato 'la Dimora dell'Eternità'. Sono generose e benefiche. Sono descritte come 'una terra fertile' in tutte le scritture perché danno ogni cosa senza chiederne conto, persino la vita. Sacrificano loro stesse per un'altra creazione, e questo è l'attributo del quarto paradiso che viene chiamato 'il Giardino della Protezione'. Infine, sono la sorgente della bellezza. Attraverso la loro delicatezza e finezza, Dio ha coronato la terra con il diadema della grazia angelica. Questo è l'attributo del quinto paradiso che viene chiamato 'il Giardino della Bellezza'."

“Fra i credenti vi sono coloro che hanno la più gentile predisposizione e sono i più gentili nei confronti delle loro famiglie; tali sono coloro che mostrano la più perfetta fede. I migliori fra loro sono coloro che sono i più gentili nei confronti delle loro spose.”

25 nov 2008

La "chiesa islamica" e il clero

martedì 25 novembre 2008
La “Chiesa islamica” e il clero
بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Lode ad Allah Signore dei mondi! Pace e benedizioni su Muhammad, Messaggero di Allah, sulla sua famiglia e sui suoi compagni. Chi da Allah è guidato non sarà sviato da nessuno, e chi da Allah è sviato, non sarà guidato da nessuno.

Il sacerdozio esiste da tempi immemorabili. Il desiderio di conseguire il dominio sulle masse nel campo religioso e rituale e, per mezzo di ciò, ottenere il potere sociale che ne deriva, ha unito in caste e ceti isolati gli avidi ed ingordi operatori nella sfera della direzione del culto. Creando l’illusione della propria sacralità, essi hanno influenzato la fiduciosa società umana attraverso l’ipnosi e la magia, pretendendo di essere riconosciuti come scelti dalla divinità, e come possessori di conoscenze segrete. Di conseguenza le caste sacerdotali hanno acquisito beni materiali e politici in questo mondo.

In maniera alquanto modificata, sotto il velo del ‘grado di civiltà’ il ceto sacerdotale si è formato anche come aggiunta parassitaria a quelle religioni, le quali comunemente s’accetta di denominare monoteistiche. Qualitativamente questa categoria non ha subito cambiamenti di qualsivoglia tipo (le stesse pretese di conoscenze segrete, lo stesso isolamento e la stessa suddivisione in livelli, le stesse tendenze a speculare sulle manipolazioni nel culto, e ad influenzare i processi politici, e gli stessi metodi di distinguere il sacerdote dalla folla), a cominciare dal modo di vestirsi fino a concludere con la retorica ampollosa.

Lo studio scrupoloso della storia dei profeti (pace su di loro) consente di trarre la conclusione che il virus della ‘clericalità’ è comparso sempre soltanto alcune generazioni dopo l’una o l’altra missione profetica. Cosí il ceto dei sacerdoti giudei sorse tempo dopo la morte di Mosè (pace su di lui), i vescovi dopo Gesú (pace su di lui), eccetera. I profeti stessi, come è noto, invece esortavano al monoteismo (Tawhīd), il quale annulla automaticamente tutte le manifestazioni del sacerdozio, poiché predica l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti al Creatore Altissimo.

Ha detto Allah riguardo ai traviati:

“Hanno preso i loro preti e monaci e Gesú figlio di Maria come proprî signori al posto di Allah, benché fosse stato loro ordinato di adorare Allah solo ...” (at-Tawba: IX, 31).

Quando ‘Adī ibn Hātim, che era cristiano prima di abbracciare l’Islam, domandò al Profeta (pace e benedizioni su di lui) il significato di questa āya, egli disse: “Considerate voi proibito quel che essi vi proibiscono, e vi consentite voi quel che essi vi consentono?”. ‘Adī ibn Hātim rispose: “Sí”. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) replicò: “Ciò significa che adorate loro al posto di Allah” (al Buhārī, Muslim).
Abū Sa‘īd riferisce che il Profeta ammoní i musulmani a non considerarsi garantiti dalla ripetizione degli errori dei precursori: “L’Ora del Giudizio non giungerà fino a che i miei seguaci passo dopo passo non avranno seguito le orme dei loro predecessori”. Gli domandarono : “O Inviato di Allah, le orme di giudei e cristiani?”. Egli rispose: “E di chi altri?”. (al Buhārī, Muslim).

Il virus del sacerdozio dunque diede notizia di sé, e alcuni secoli dopo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) tra i musulmani comparvero uomini che cedettero alla tentazione di accentrare la religione nelle mani di un ceto ristretto, dichiarare il Corano conoscenza segreta e accessibile solo ad ‘iniziati’, servirsi dell’Islam per gli avidi interessi di singoli sovrani, e arricchirsi grazie alle esigenze spirituali del credulo ‘gregge’. Nell’Islam comparvero cosí personaggi fino a quel tempo sconosciuti, i mullà[1] (preti, sacerdoti), e nacque una gerarchia clericale o ecclesiastica, mentre il concetto di muftì[2], rispetto al significato iniziale, che indicava un livello d’erudizione, prese a figurare in qualità di denominazione di uno dei gradini della gerarchia sacerdotale.

Di recente il ‘chiericato islamico’, ripetendo l’esperienza dei suoi predecessori, si è trasformato in un gigantesco apparato impiegatizio.

L’analisi delle prime fonti consente di affermare indiscutibilmente che nella religione di Allah non c’è posto per l’istituto del sacerdozio. Esso fu introdotto ad imitazione di giudei, cristiani e pagani in un periodo posteriore della storia islamica. In relazione con ciò, il fenomeno della ‘chiesa musulmana’ deve essere valutato come un fatto non comprovato dal Corano e dalla Sunna del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), fatto che è necessario qualificare come innovazione (bid‘a).
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse piú d’una volta: “Qualsiasi mutamento (muhdata) è un’innovazione (bid‘a), qualsiasi innovazione è un traviamento (dalāla), e qualsiasi traviamento è destinato al Fuoco” (an-Nisā’ī) [1].

L’essenza antiislamica del chiericato si è palesata spesso nel processo della storia: concreto esempio di ciò fornisce l’attività delle ‘direzioni religiose[3] dei musulmani’. Organizzate su idea dei miscredenti già nei secoli XVIII e XIX in analogia con le diocesi (eparchie) ortodosse, esse furono chiamate a distruggere l’Islam da dentro, fornendo la sorveglianza dello stato sui credenti, e introducendo nella religione di Allah idee principalmente estranee.

Come è detto nel Corano:

“Essi cercano di ingannare Allah e coloro che hanno creduto, ma ingannano solo sé stessi e non lo sanno. / Nei loro cuori c’è una malattia, e Allah ha aggravato la loro malattia. Per loro vi sarà un castigo doloroso, a causa delle loro menzogne” (al-Baqara: II, 9-10).

Nelle strategie antiislamiche la Russia ha sempre fatto leva sulla sua creatura, introdotta in seno ai musulmani: la ‘chiesa islamica’.
In questo modo, il piú precoce progetto di organizzazione della direzione religiosa nella vita dei musulmani del Caucaso risale al terzo decennio del XIX secolo, e la sua paternità appartiene ad uno stretto collaboratore di A.P. Jermòlov[4], il generale A.A. Vjel’jamìnov. Il senso del suo piano consisteva nell’introduzione di una rigida gerarchia di ecclesiastici, impostata su tre soggetti (muftì, efendì[5] o mullà anziano, mullà) e basata su di un’ordinata struttura verticale di designazione e subordinazione.
Inoltre, il muftì e i funzionarî ecclesiastici del suo apparato dovevano ricevere un grosso stipendio pubblico, e allo stesso tempo, se le loro attività non recavano soddisfacimento, lo stato aveva diritto di “citarli a giudizio del tribunale militare sulla base delle disposizioni generali dello stato” [2]. Organizzando un sistema di ‘sorveglianza statale’ sulla ‘musulmanità’ del Caucaso settentrionale, i circoli amministrativi dell’impero puntarono all’ottenimento immediato di concreti fini politici, che racchiudevano in sé: la vigilanza sulle azioni di persone, che potevano diffondere in ambiente musulmano uno “spirito ostile di disubbidienza”; l’impedimento a formare in seno ai musulmani un “eccessivo corporativismo” nocivo agli interessi statali; l’inammissibilità di un’influenza di “religiosi allogeni, in particolare quelli predisposti contro la Russia” sui musulmani caucasici; la creazione di un “chiericato islamico” nell’immediato interesse del governo, e la coincidenza dei suoi interessi materiali col servizio al governo stesso; la sorveglianza sulle istituzioni scolastiche musulmane [3].

Un progetto affatto curioso di sistemazione della vita religiosa dei musulmani nordcaucasici fu formulato nel 1889 da Dondùkov-Korsakòv, governatore del Caucaso in quel periodo, nella forma di ‘Disposizioni’ sull’ente di direzione per gli affari religiosi dei musulmani nelle regioni di Kuban e Tjerskij [4]. Secondo l’osservazione dell’autore, le suddette ‘Disposizioni’ esortano a prendere “il chiericato islamico”, quanto piú fermamente possibile, “nelle mani dell’amministrazione”; in esse si concedeva agli amministratori responsabili delle regioni di Kuban e Tjerskij il diritto di determinare l’entità delle entrate, per le moschee nelle singole zone e per i mullà [5].
In relazione a questo progetto, il “chiericato islamico” era suddiviso in superiore, nominato direttamente dall’amministrazione, e inferiore, che era subordinato alla sorveglianza incondizionata dei religiosi soprastanti, e sottoposto alla loro ratificazione.

Il chiericato ben pasciuto eseguiva con zelo tutte le istruzioni del padrone, esortando nei suoi sermoni a sottomettersi al prospero[6] reggitore [6], ed esigendo dai musulmani che sul Corano prestassero giuramento di fedeltà a servizio della monarchia [7] e innalzassero regolarmente preghiere allo “Zar di Russia”, il testo delle quali fu redatto personalmente dal generale Jermolov, allora governatore del territorio, nel 1820 [8].

È significativo il fatto che, pur col periodico cambiamento dei dominatori e della situazione politica, non vi sia modo di manifestare il fervore, la diligenza e l’assiduità dei religiosi nel servilismo e nella scrupolosità, il che è particolarmente notevole ai giorni nostri.
Oltre a ciò, tutto il corso della Guerra caucasica fu accompagnato da aspri attacchi dei sacerdoti contro i mujāhidūn, accusati di crudeltà nei confronti dei kuffār. I mullà convincevano il popolo che proprio sui combattenti musulmani ricadessero tutte le colpe delle sventure e della guerra.
Lettere contenenti espressioni d’ubbidienza ai governatori imperiali cosí come a Ljenin, la posizione francamente collaborazionista in varî luoghi, l’aiuto offerto ai bolscevichi contro l’armata di Nažmutdin Gonciskij: tutto questo è la copia esatta di ciò che avviene oggi.
Ergendosi sulle rovine delle moschee profanate dai miscredenti, in mezzo a villaggi devastati a ferro e fuoco, su ordine dei carnefici i sacerdoti per ogni avvenimento accusavano i mujāhidūn, i quali con la parola e con l’azione, nei limiti delle loro possibilità, col permesso di Allah, cercavano di liberare la terra patria dagli eterodossi. Facendo coro ai kuffār, i sacerdoti chiamavano i partigiani ‘malfattori’, ‘banditi’, ‘traviati’.

I commenti forse sono superflui. Secondo il dettato ricevuto, le “direzioni religiose dei musulmani” si sono sviluppate e hanno funzionato senza cambiare la loro essenza sino ai giorni nostri:

Gli odierni sacerdoti, come i loro predecessori, affibbiando al popolo le idee allogene di unilaterale e satanica tolleranza, esortano ad inchinarsi al nemico e diventare muti, ciechi e sordi alla Verità, dopo aver venduto la religione di Allah a un prezzo miserabile.

“In verità coloro chi desidera che si diffonda lo scandalo tra coloro che credono, avranno un doloroso castigo in questa vita e nell’altra ...” (an-Nūr: XXIV, 19).

Gli odierni sacerdoti costruiscono menzogne sulla religione di Allah, nascondendo e falsificando, tacendo e deformando l’Islam in corrispondenza con le proprie necessità.

“E coloro che dissimulano quel che abbiamo rivelato fra i segni e le vie indicate, dopo che nel Libro chiaramente li esponemmo agli uomini, sono quelli che Allah ha maledetto e che tutti maledicono” (al-Baqara: II, 159).

Gli odierni sacerdoti eseguono sacrifizî sanguinosi per il kufr, compilando ‘liste nere’ di musulmani sgraditi, e diventando per di piú diretti complici del terrore antiislamico. “Ogni aiuto ai miscredenti contro i musulmani risulta kufr (miscredenza) e porta l’individuo fuori dell’Islam” [9].
Gli odierni sacerdoti calunniano i mujāhidūn, e giustificano gli omicidî dei musulmani. Riferisce ‘abd Allāh ibn ‘Amr ibn al-‘Ās (che Allah sia soddisfatto di entrambi) che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: “Musulmano è colui che non causa danno ad altri musulmani con la sua lingua e con le sue mani” (al-Buhārī e Muslim).
Gli odierni sacerdoti sostengono il kufr, la costituzione del kufr, le leggi del kufr, pur di non perdere la benevolenza dei miscredenti e, di conseguenza, le posizioni imperanti

“Annuncia agli ipocriti un doloroso castigo. / Coloro che si scelgono alleati tra i miscredenti invece che tra i credenti, cercano la potenza da loro? In verità la potenza appartiene tutta ad Allah” (an-Nisā’: IV, 138-139).

“O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni: sono alleati gli uni degli altri; chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida i popoli ingiusti” (al-Mā’ida: V, 51).

In altri termini, l’odierno ‘personale ecclesiastico musulmano’ predica la miscredenza! Nonostante l’evidente kufr, apertamente praticato dal ‘chiericato musulmano’, sperano costoro di mantenere la condizione di credenti? Sperano costoro che il pronunziare spensieratamente Lā ilāha illā ’Llāh, nonostante azioni apertamente contrastanti con tali parole, salverà le loro vite e i loro beni? In verità sono vane le loro speranze!

Se un musulmano agisce contro i musulmani e si schiera con i miscredenti, allora le relazioni con lui sono le medesime che si hanno con i miscredenti: il suo sangue cioè non è piú proibito. Nonostante che non sia consentito dichiarare kāfir qualcuno senza un processo, allorché una persona entri in un gruppo di miscredenti rende leciti la sua vita ed i suoi beni: ciò significa che condivide lo stato giuridico dell’organizzazione di cui entri a far parte.

Come disse a tal proposito l’emiro Sayf Allāh: “I musulmani che con la parola o con l’azione aiutano i miscredenti contro i musulmani, siano essi impiegati, militari, poliziotti, ecclesiastici, e altro, si oppongono ad Allah, dunque bisogna combattere contro di loro come si fa con i miscredenti. Tutti quelli che si schierano con i miscredenti devono essere combattuti e uccisi, compresi i musulmani. Allah li resusciterà secondo le loro intenzioni”.
Lo šayh al-Islām ibn Taymiyya disse: “Perfino quando qualcuno di coloro che intervengono a fianco dei miscredenti si mettesse ad affermare di essere stato costretto con la forza, questa sola attestazione non lo aiuterebbe” [10].

Occorre inoltre rammentare agli zelanti servi della miscredenza, i quali rientrano nella casta sacerdotale, i molto significativi precedenti storici, che riguardano i loro predecessori. Rammentare quel che è già accaduto, quando essi, non appena i focolai di resistenza furono stati repressi, e fu cessato il bisogno della loro ‘pacificazione’, i loro passati padroni semplicemente li sterminarono vista la fine dello stato di necessità. Proprio allora, quando le loro famiglie erano spietatamente sterminate, quando davanti a loro s’aprivano con ospitalità i battenti di vagoni affollati[7], quando la loro sorte divenne in questa vita quella schiavitú concupita[8], alla quale essi avevano invitato, e nella vita futura il fuoco infernale!

La storia ha dimostrato che i miscredenti, non appena prevalgono sui musulmani, cominciano subito a servirsi dei sacerdoti, ma non perché il clero rappresenti per loro una qualche minaccia. No. La ragione è che codesto miserabile, corrotto, ipocrito ceto suscita ribrezzo perfino nei suoi padroni, i quali presto o tardi lo mandano al macello, come bestiame malato e inutile. Come è stato promesso da Allah l’Altissimo:

“Cosí noi abbiamo assoggettato alcuni blasfemi ad altri, in cambio di quel che essi hanno deciso” (al-An‘ām: VI, 129).

Gli odierni religiosi preghino dunque Allah affinché il Jihād continui, perché altrimenti i miscredenti li tratteranno nel modo che già s’è visto in passato; e si pentano, sperando nella misericordia dell’Altissimo, che ha detto:

“Come può Allah guidare sulla Diritta Via uomini che sono divenuti miscredenti dopo aver creduto e testimoniato la veridicità del Messaggero, e dopo che sono apparsi loro segni evidenti? Allah non guida per la Diritta Via gli uomini ingiusti. / La loro ricompensa è la maledizione di Allah, degli angeli e degli uomini. / Rimarranno in essa eternamente. I loro tormenti non saranno alleviati, ed essi non riceveranno nessuna dilazione, tranne coloro che poi si saranno pentiti e avranno corretto il loro operato. In verità Allah è Colui che perdona, il Misericordioso” (Ālu ‘Imrān: III, 86-89).

Note dell’autrice:

[1] Detti del medesimo significato furono trasmessi da Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui), questo raccolto da Ahmad; da al-‘Irbad ibn Sāriya, questo raccolto da Abū Dā’ūd; da ibn Mas‘ūd (che Allah sia soddisfatto di lui), questo raccolto da ibn Māja.
[2] Il generale A.A. Vjel’ja minov e la direzione della vita religiosa dei montanari caucasici, pubblicato da D.Ju. Arapov, fonte 2003, n.5, pag. 18.
[3] S.G. Rybakov, Ordinamento e bisogni della direzione degli affari religiosi per i musulmani di Russia (anno 1917), da L’Islam nell’Impero Russo, pag. 273.
[4] Archivio statale storico-militare russo, 400, 1, 4870, 1-10.
[5] Archivio della politica estera dell’Impero Russo, 147, 485, 1267, 5.
[6] D.Ju. Arapov, La politica imperiale nel campo dell’organizzazione statale dell’Islam nel Caucaso settentrionale fra il XIX secolo e l’inizio del XX.
[7] D.Ju. Arapov, Il giuramento dei musulmani negli atti legislativi e nella letteratura giuridica del XIX secolo, in Diritto antico, M, 2002, n.2 (10).
[8] D.Ju. Arapov, A.P. Jermolov e il mondo musulmano del Caucaso, in Atti dell’Università di Mosca, serie 8, Storia, M, 2001, n.6, pagg. 56-57.
[9] ‘abd al-Qādir ‘abd al-‘Azīz, Al-‘umda fī i‘dād al-‘udda, pag. 476 e pag. 480.
[10] ibn Taymiyya, Majmū‘ al-fatāwā, n.28, pagg. 535-537.

Sorella Hawwā’
Hava Beštoyeva per Kavkazcenter

JazakAllahu khayran ‘Abd Allāh Nūr as-Sardānī per la traduzione!

Note del traduttore:

[1] Dal persiano mullā (Le note a piè di pagina sono del traduttore, quelle dell’autrice sono collocate in chiusura di articolo).
[2] Dall’arabo muftī o muftin ‘giureconsulto’.
[3] Traduciamo in questo modo il russo duhovnyj, che vale non solo ‘ecclesiastico, religioso’, ma anche ‘spirituale’, giacché deriva dal sostantivo duh ‘spirito’: si noti il processo semantico, che dal campo spirituale arriva al campo temporale. Allo stesso modo duhovjenstvo dal significato di ‘spiritualità’ assume quello di ‘chiericato, sacerdozio’.
[4] Il sanguinario comandante in capo dei russi nella Guerra caucasica.
[5] Dal turco efendi ‘signore, principe’. Si osservi che se il muftì, cui sono subordinati gli altri ordini sacerdotali, è stato paragonato al vescovo cristiano, la sua figura superiore di riferimento non è il papa cattolico o il patriarca ortodosso, ma, in realtà, l’imperatore russo in persona.
[6] Il verbo zdravstvovat’ significa anche salutare, ed è qui implicito il fatto che nei sermoni in moschea si augurasse prosperità al sovrano, esattamente come oggi il ‘clero’ ufficiale prezzolato in molti paesi arabi recita instancabilmente Bāraka ’Llāhu ’l-malik.
[7] Allusione alle deportazioni, particolarmente cruente in epoca staliniana.
[8] Nei campi di concentramento uralici e siberiani